MATUSALEMME KID

Alla scoperta di un cuore bambino

Ne era convinto Pablo Neruda e ne è convinto l’autore che ricerca ostinatamente quel “bambino dentro di sè” fino a trovarlo e a farlo emergere. Ne deriva un “faccia a faccia” tra puer e senex nel corso del quale i “due” ripercorrono, fedeli ai modelli che il primo rivendica (“Ti ho lasciato un patrimonio di spontaneità, di felicità per le piccole cose, di attenzione senza pregiudizio, di amore come stato normale dell’essere e di sguardi entusiasti su futuro…”), gli anni fino all’adolescenza, le cui “meraviglie” hanno perso progressivamente il loro smalto a causa della crescente incapacità dell’adulto (“…sempre più indurito dalle convenzioni, atrofizzato dalle appartenenze, appesantito dalle esperienze…”) di ascoltare il suo “cuore bambino”.

MATUSALEMME KID . Alla scoperta di un cuore bambinoNell’occasione, – pur ribadendo l’insegnamento Junghiano secondo il quale, al di là di tutte le differenze che possono esserci tra una vita e l’altra, vi è comunque una sostanziale identità riguardo ai capisaldi del rapporto puer-senex – il segmento di vita dell’autore che viene ripercorso, si caratterizza per la contiguità tra il suo ambiente familiare e quello degli anni d’oro del cinema del dopoguerra. Riverberano nel racconto le immagini di “Vacanze romane” e di “Ben Hur”, quelle della commedia all’italiana e dei primi western e insieme balenano i profili dei protagonisti di quegli anni: da De Sica a Carl Gable a Charlton Heston a Totò a tanti altri. Il tutto rivisitato con la leggerezza e l’incanto, ma anche con la straordinaria capacità di assimilare e di cogliere l’essenza, propri del bambino. In un confronto generazionale interiore che, pur tra conflittualità ed ironie, non perde mai, soprattutto per merito del suo protagonista più giovane, i connotati del gioco. A conferma di quanto avesse ragione George Bernard Shaw allorché affermava che “l’uomo non smette di giocare perché invecchia ma invecchia perché smette di giocare”.

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Foto con dedica di Gregory Peck
durante Vacanze Romane.

Cameraman sul set di Vacanze Romane insieme a Franz Planer, direttore
della fotografia vincitore di un Golden Globe e 5 volte candidato all’Oscar.

Allo stadio (secondo da destra) insieme
a Gregory Peck e altri compagni
di lavoro nel periodo di Vacanze Romane.

Sul dolly nel corso delle riprese
di Ben Hur.

Cameraman di Ben Hur insieme
al suo assistente operatore.

Foto con dedica di Charlton Heston durante le riprese di Ben Hur.

Foto con dedica di William Wyler durante le riprese di Ben Hur.

Cameraman sul set de La baia di Napoli, con Carl Gable alla guida del motoscafo.

Direttore della fotografia sul set di Il monaco di Monza, insieme al regista Sergio Corbucci, Totò, Macario e Nino Taranto.

Enzo e Marco Tullio Barboni sul set di Massacro al Grande Canyon.

Hanno detto

Un giro di chitarra e un fischio armonico s’intrecciano e si rincorrono leggeri e scanzonati, accompagnando l’immagine di una Colt 45 Navy dall’inconfondibile canna ottagonale dentro una fondina che striscia sul suolo appesa alla stanga di una trebbia. Nel contrappunto di un montaggio rapido e serrato, due corti stivali con speroni, quindi il primo piano di un cappello sdrucito che nasconde lo sguardo di un uomo che sbadiglia sonnecchiante con addosso una maglietta bucata coperta di polvere come il resto del corpo. Il cavallo al passo conduce il destino di quest’uomo attraverso il rosso infuocato della sabbia del deserto sotto un cielo blu cobalto, quindi attraverso le acque di un fiume e poi, ancora, attraverso dune riarse e senz’alberi, fino a fermarsi sotto una mucca che pascola alta sul tetto coperto di cespugli di una miserabile catapecchia con la dondolante insegna Chaparral-Stage Coach-Station. Voltando il collo maestoso e nitrendo, il cavallo risveglia l’uomo ormai giunto alla meta: inizia così il film Lo chiamavano Trinità firmato dal regista E.B. Clucher, uscito nelle sale cinematografiche d’Italia e del mondo sul finire del 1970 e al principio del 1971, diventando un successo internazionale che è continuato ininterrotto sino a oggi, attraversando e compiendo il desiderio di due generazioni dell’umanità contemporanea. In quell’anno ormai lontano erano usciti film che sono diventati pietre miliari della storia del cinema, come La via lattea di Luis Buñuel, Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri premiato con l’Oscar al miglior film straniero, Soldato blu di Ralf Nelson, Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, Love Story di Arthur Iller, Piccolo grande uomo di Arthur Penn, M.A.S.H. di Robert Altman. Eppure nessuno di questi film si è dimostrato capace di rispondere al cuore dello spettatore come è riuscito a fare quello interpretato dai personaggi Trinità e Bambino e ambientato nel mito senza tempo del West.
Il 1970, in cui Enzo Barboni girò il suo film, plasmando e rivelando nei volti di Terence Hill e Bud Spencer due nuove e indimenticabili maschere della secolare Commedia dell’Arte italiana, fu l’anno in cui si rivelò il drammatico e radicale mutamento della condizione antropologica culturale e politica della società occidentale. I Beatles con la registrazione di Let It Be e il Festival Rock all’Isola di White chiudevano per sempre la speranza giovanile di un rinnovamento della società in una dimensione capace di coniugare, nella misura della pace e della gioia comunitaria, la libertà e la giustizia. La guerra in Vietnam aveva infiammato in quei mesi tutti i campus delle università americane sino alla manifestazione che portò a Washington, davanti alla Casa Bianca e al Congresso, oltre centomila giovani. S’infiammarono anche gli stati del Sud come Mississippi con le grandi manifestazioni per i diritti civili rivendicate dagli afroamericani. Non diversa era la situazione in Europa con barricate a Parigi e con l’inizio della lotta armata clandestina della Rote Armee Fraktion in Germania e delle Brigate Rosse in Italia.
Il primo volo di linea del velivolo supersonico Concorde e la fortunata conclusione della spedizione dell’Apollo 13 verso la luna, nonostante un grave guasto, sembravano indicare nella conquista del cielo e dello spazio l’avvenire dell’umanità. Nulla del dramma in atto in quel momento della civiltà occidentale, nulla dell’impegno politico ed etico di quei film impegnati che sembravano segnare la nuova consapevolezza critica rispetto alla transizione in corso si riverbera nella trama di Lo chiamavano Trinità. E.B. Clucher mette in scena una fiaba nel tempo eterno dell’infanzia dell’umanità, dove lo sguardo e il cuore del bambino vivono nella piena consapevolezza che nessuno è davvero giusto, che nessuno è davvero buono, che nessuno è per scelta davvero cattivo e che il cammino dell’esistenza è trovare la via della salvezza personale seguendo la via della sapienza, il percorso dove lo sguardo coglie istantaneamente e per sempre la maschera del destino che ogni uomo decide di porre sul proprio volto. In un piccolo grande libro intitolato Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza, il filosofo Silvano Petrosino ricorda il compito umano di nominare il possibile per rispondere all’impossibile: «Le fiabe non temono l’esperienza; anzi, esse fanno di tutto per dare voce a delle verità, almeno ad alcune, che provengono dal più profondo vissuto del soggetto. In tal senso questi racconti, che certamente sono di finzione, altrettanto certamente pretendono dare voce ad alcune verità sull’esperienza umana».
«Si può perdonare un bambino che ha paura del buio; la vera tragedia della vita sono gli uomini che hanno paura della luce», scrive Marco Tullio Barboni, figlio del regista E.B. Clucher, in questo libro- confessione, in cui fa memoria della propria vita rispecchiandola in quell’anno trascorso seguendo da giovane diciottenne il padre sui set dei film costruiti nel paesaggio del Lazio, capaci di evocare nella profondità della propria storia lo spazio senza storia del West americano. Impeccabili, come le inquadrature del film, le pagine di Marco Tullio Barboni mettono in scena il dialogo tra il sé bambino che ha paura del buio e l’io dell’uomo adulto che ha paura della luce, un dialogo duro, senza sentimentalismi e proprio per questo capace di rivelare fino in fondo le forze opposte che si scatenano e ci governano nel nostro cuore umano. Solo nell’affronto di questo dramma, nella modalità del dialogo dell’anima, si può comprendere e affrontare il tema della tragedia della storia: la tragedia di ogni guerra, la tragedia di ogni libertà e di ogni schiavitù, la tragedia della corruzione dei politici e dei potenti, la tragedia di ogni imperialismo e di ogni razzismo. Nel paese e nella vallata immaginaria del film Lo chiamavano Trinità, i personaggi rivelano la verità antropologica che, nascosta e imprendibile ad ogni cultura ideologicamente impegnata, muoveva il dramma in corso in quel lontano 1970. Nella maschera veritativa e rivelativa di Trinità e di Bambino, ognuno di noi, grazie alla scrittura di Marco Tullio Barboni, può incontrare quell’amore incondizionato, fedele alla giustizia del vivere, che permette al sé bambino di non avere più paura del buio e di abbracciare con gioia da adulto la via della luce. Trinità e Bambino sono dei banditi in mezzo ad altri banditi, uomini armati pronti a uccidere in un mondo in cui tutti gli uomini sono in lotta tra loro e, proprio in questa consapevolezza, riescono a incontrare e ascoltare il desiderio di poveri pellegrini di una nuova chiesa in esodo fra le distese d’America alla ricerca di un luogo dove fermarsi per abitare in pace e ricostruire l’infranta fraternità dell’Eden. Un’esperienza di fraternità incontrata per caso, «il magico caso… lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare», il suo provvidenziale intervento nelle vicende umane.

La tragedia della ritirata di Russia sofferta da Enzo Barboni Clucher, divenuta esperienza, continua viva in ogni scena del film come in ogni pagina del libro di Marco Tullio Barboni. Certo, «la vita è una tragedia se vista in primo piano, ma è una commedia se la inquadri in campo lungo». È in questa frase la chiave del film Lo chiamavano Trinità, come la chiave del libro Matusalemme Kid, che ricorda la vocazione che da sempre distingue l’arte che l’Italia offre al destino del mondo: attraverso la tragedia comprendere e aprire il cuore e le labbra al sorriso della misericordia, la trama portante della divina commedia che è la peripezia umana.

Chi di noi non avrebbe desiderato osservare, quasi spiare, come erano e cosa facevano i nostri genitori negli anni dell’infanzia, della fanciullezza, dell’adolescenza e della giovinezza? In special modo io, avendo avuto un padre famoso, del quale in molti mi chiedono di conoscere episodi e avvenimenti relativi alla sua sfera privata, sono sempre stato curiosissimo di saperne di più di quegli anni fino alla sua straordinaria carriera sportiva e, soprattutto, di capire in che misura le sue caratteristiche di bambino abbiano inciso sull’uomo che io ho conosciuto da adulto.
Missione impossibile, naturalmente! Mi sono dovuto accontentare di racconti ma, fortunatamente, quelli su mio padre in famiglia non sono mai mancati. Tanto sapidi, quando era lui a narrarli, da farmi nasce il dubbio che si dilettasse a insaporirli ad arte per godere del nostro coinvolgimento.
Un giorno in cui era in vena di attrarre la nostra attenzione, tra un gigantesco piatto di spaghetti e un caffè (in mezzo eventualmente poteva esserci un altro piatto di spaghetti) ci narrò, non senza l’enfasi compiaciuta dell’attore, come era cominciata la sua carriera di campione del nuoto. Agli inizi degli anni trenta del secolo passato, quando aveva appena l’età per andare a scuola, convinse suo cugino Alessandro, di pochi mesi più piccolo di lui, a sgattaiolare via dalla casa in Via Generale Orsini di Napoli, eludendo la sorveglianza della solerte bambinaia, la quale rischiò il licenziamento e la sua stessa incolumità fisica per quella momentanea disattenzione. Erano, infatti, anni in cui il rapimento e l’uccisione del piccolo Chas Lindbergh negli Stati Uniti ancora echeggiava sui giornali italiani e i due bambini in questione erano pargoli di una famiglia napoletana molto in vista, che addirittura riforniva mobili di alta fattura alla Real Casa, e dunque la loro scomparsa poteva innescare inquietanti supposizioni.
Carletto e Alessandro, inconsapevoli di tutto ciò e, soprattutto, delle preoccupazioni che avrebbero generato, trotterellarono, respirando, l’aria della libertà, fino al porto e, qui giunti, si imbarcarono su un piccolo natante, issarono la vela con la maestria derivata dall’averlo visto fare da chi solitamente li accompagnava, e, senza che nessuno si avvedesse di loro, diressero la prua verso il largo sotto la benevola protezione del Vesuvio.
Dopo ore di disperate ricerche nell’elegante quartiere del Pallonetto, un vecchio pescatore segnalò agli ansimanti genitori, di aver visto veleggiare poco prima due bambini che si godevano la più spensierata giornata della loro incosciente fanciullezza. Papà Pedersoli (mio nonno Sasà) riuscì a raggiungerli con l’aiuto del suddetto pescatore e, fumando di rabbia, rimproverò aspramente i due per quella marachella che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Ahimè, non ero presente ma avendo poi conosciuto entrambi per quasi sessant’anni posso immaginare la loro spavalderia. Carletto, ne sono certo, non deve aver abbassato lo sguardo in segno di obbedienza — parliamo di un’epoca nella quale al padre si dava del “Voi” — e non mi meraviglierei se avesse giustificato il suo gesto in maniera irriverente (quanto avrei voluto essere lì presente ad osservare la scena!), tanto da meritare un bel ceffone da quel padre che, degno progenitore di tanto figlio, aveva la mano grossa come la pala di un pizzaiolo. E in quell’occasione, proprio colui che nei film ne avrebbe distribuiti centinaia nel corso di quattro decenni di una fortunatissima carriera cinematografica, lo schiaffone dovette subirlo. Complice il rollio della piccola barca, Carletto perse il precario equilibrio e precipitò in mare. E solo dopo la reazione preoccupata di Sasà che non lo vedeva tornare a galla, riemerse con uno sputacchio d’acqua ed un sorriso: due reazioni che sarebbero diventate “marchi di fabbrica” del futuro Bud Spencer.
Nacque quel giorno, secondo il compiaciuto racconto di mio padre, quella confidenza con l’acqua che lo avrebbe portato a grandi risultati nello sport e all’orgoglio di vestire la maglia azzurra in due
100 olimpiadi.
Salto temporale di trent’anni. Una mattina mia madre sentì bussare alla porta. Ma quella non era una mattina come tutte le altre. Due giorni prima, mio padre era uscito di casa di buon’ora dicendole di non aspettarlo per il pranzo perché se ne andava a fare un giretto in barca. Da allora, però, erano trascorse 48 ore e lei non aveva avuto più sue notizie. Spalancò perciò la porta molto preoccupata e, sorprendentemente, si trovò davanti una giovane coppia di stranieri i quali, in un italiano stentatissimo, le comunicarono che papà era naufragato con uno “schifazzo trapanese” (chissà come avranno fatto a dirlo?!) in un punto imprecisato del mediterraneo ma che lei doveva stare tranquilla perché lui era in salvo e sarebbe tornato non appena recuperato il natante. Mia madre disse, e lo ripeté negli anni successivi, di aver inequivocabilmente capito quel giorno di aver sposato un pazzo!
Ecco, pur facendo la dovuta tara alle possibili coloriture delle relative narrazioni, in mio padre è rimasto sempre molto di quel bambino incontrollabile a zonzo per il golfo di Napoli e ciò ne ha fatto un uomo curioso, indisciplinato, trascinatore, guascone, irrefrenabile, terribilmente simpatico e illuminato ogni giorno da una stella propizia. Un vincente, perché sia quando le cose gli andavano bene sia quando, invece, un eccesso di energia o di entusiasmo lo portava a sbagliare, alla fine era sempre un sorriso quello il suo cuore bambino stampava sul suo viso.
Insieme ad Enzo Barboni, e a Terence ovviamente, ha condiviso i più grandi successi della sua carriera e tutti e tre hanno saputo goderne con una dose di spensieratezza e di impagabile “naïveté”, certamente ispirata dal bambino che era in loro.
“Bambino” si chiamava il personaggio creato per lui da Barboni per Lo chiamavano Trinità. E forse non è un caso. O forse, se è vero che il caso non esiste, è stato il destino a volerlo.

Come in una sorta di pellicola che si srotola a poco a poco, in un dialogare a due serrato e intimo, profondo e diretto, volutamente colloquiale tra uno schietto Io narrante e un incalzante Vecchio: ma in fondo non sono la stessa persona?
Le parole diventano quasi fotogrammi, dando corpo sulla pagina a ricordi, tra nostalgia e ironia, sorrisi e malinconia in un racconto in cui, come in un flashback continuo, riemerge forte il passato di un padre amato e ammirato, che torna vivo attraverso gli occhi della memoria del bambino e adolescente di ieri, oggi ormai adulto e padre a sua volta, occhi, che altro non sono se non quelli del cuore, gli unici con i quali vediamo l’essenziale, come ci insegna Saint-Exupéry.
Marco Tullio Barboni con questo suo disincantato, spiritoso, ma anche ricco di citazioni colte Matusalemme Kid tra emozioni, battute e memorie, rende un omaggio affettuoso a suo padre Enzo e lo fa rievocando tanti suoi momenti personali: toccanti quelli drammatici durante la Guerra in Russia dove nasce un’amicizia indelebile e ancora entusiasmanti quelli legati al suo cinema e ai tanti personaggi illustri che ha incontrato e frequentato, facendoci rivivere, attraverso aneddoti e curiosità vissute in prima persona da lui stesso bambino su quei Set o ascoltando i racconti del padre, un’epoca d’oro del nostro cinema.
E alla fine, come ci dice Barboni, se quel Fanciullino che dorme dentro di noi va risvegliato, “la scoperta di un cuore bambino” infatti, non è solo dell’autore. In Matusalemme Kid, come in una liberatoria seduta psicoanalitica, ciò avviene, non senza una simpatica strizzatina d’occhi, al…Vecchio che siamo oggi.
D’altronde, cosa saremmo senza i nostri ricordi, che custodiamo preziosi nel fondo del nostro cuore?

“Chi perde il bambino che ha dentro di sé lo rimpiangerà per tutta la vita” ammoniva Pablo Neruda. “Nell’uomo autentico si nasconde un bambino: che vuole giocare” garantiva Friedrich Nietzsche. “L’uomo non smette di giocare perché invecchia ma invecchia perché smette di giocare” assicurava George Bernard Shaw. “Un fanciullo è il divino” dichiarava Carl Gustav Jung. E Fedor Dostoevskij: “Quando un uomo ha grossi problemi dovrebbe rivolgersi a un bambino; sono loro a possedere il sogno e la libertà”. Per non parlare della predizione di Cristo: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”.

Parte da queste considerazioni Marco Tullio Barboni (regista, sceneggiatore e scrittore appartenente ad una celebre famiglia di “cinematografari”) nel suo libro autobiografico Matusalemme Kid. Alla scoperta di un cuore bambino (Paguro edizioni, pp. 227, € 20), il terzo volume di un’ideale “trilogia del dialogo”, sorta di sperimentazione linguistica nell’arte del racconto, condotta a cavallo tra romanzo, sceneggiatura e drammaturgia. Architrave della narrativa di Barboni è appunto il dialogo: nei primi due lavori prendeva forma nel dibattito tra conscio e inconscio e nella conversazione tra un cane morto e il suo dolente padrone; qui i protagonisti sono il puer e il senex, il bambino e l’adulto che convivono in noi, dualità evocata già nel titolo, suggestivamente ossimorico.

Corredato di una doppia prefazione a firma della giornalista e critica cinematografica Baba Richerme e del produttore, sceneggiatore e regista Giuseppe Pedersoli (figlio del leggendario Carlo, alias “Bud Spencer”), d’una postfazione del fotografo e docente di Cinema, Televisione e New Media Giovanni Chiaramonte, e d’una splendida sezione, “Scatti di vita”, con fotografie di scena di celeberrimi film, Matusalemme Kid è un duplice atto d’amore: verso il cinema e verso un uomo che di quell’arte ne ha fatto la vita, frequentandola in ogni sua forma: Enzo Barboni, padre dell’autore nonché regista (con lo pseudonimo di E.B. Clucher) di Lo chiamavano Trinità e creatore della saga dell’indimenticata coppia Bud Spencer-Terence Hill, “nuove e indimenticabili maschere della secolare Commedia dell’Arte italiana”, come scrive Chiaramonte.

Dal padre, che ha insegnato al figlio a dar voce al fanciullino che ognuno reca in sé, soffocato dall’asfissiante coltre delle convenzioni e degli addomesticamenti della vita adulta, provengono storie e aneddoti tanto gustosi quanto intensamente pedagogici, vissuti e narrati con gli occhi dell’infanzia. Ecco allora scorrere vividi fotogrammi resi in un’arte dialogica degna di una magistrale sceneggiatura, che narrano in un mescolarsi di nostalgia e ironia il tempo ormai scomparso d’un cinema entrato nella leggenda, quello delle grandi produzioni hollywoodiane girate nella Roma degli anni ’50 e ’60, a Cinecittà e in Spagna (Vacanze RomaneBen HurSpartacusIl re dei reBarabba) e di alcuni classici della filmografia italiana (Miracolo a MilanoRomolo e RemoLa baia di NapoliI due marescialliIl monaco di MonzaGli onorevoli), tutti lungometraggi che videro l’opera di Enzo Barboni.

In queste pagine sfilano figure entrate nel mito: Clark Gable, Gregory Peck, Charlton Heston, Sophia Loren, Vittorio De Sica, Totò, William Wyler, Robert Wise, Stanley Kubric, Fred Zinnemann, celebri produttori, leggendari stuntmen (come Yakima Canutt, che nel mitico Ombre rosse si era lanciato tra i cavalli della diligenza al galoppo al posto di John Wayne, e suo figlio, controfigura di Charlton Heston sulla quadriga nella celebre scena del circo di Antiochia in Ben Hur).

Il punto di vista del racconto, il senso che si trae da queste storie, è dunque quello del “cuore bambino”, “un prigioniero ridotto al silenzio”, “stoltamente inascoltato” dagli adulti che pure lo hanno in sé, un cuore che va “a braccetto con la verità” e che gode d’un doppio privilegio: l’aver frequentato i set, e l’innata capacità di vivere con immediatezza il presente, il dono della curiosità e della meraviglia. È proprio questo sguardo “innocente” che gli consente di cogliere particolari e insegnamenti che ad un adulto, chiuso nella sua gabbia di pregiudizi, di conformismi e di false verità, sfuggirebbero: il potere salvifico del gioco (e il cinema “è il più grande giocattolo del mondo”, come gli insegna il padre che ha saputo conservare un “cuore bambino”), il potere eversivo dello sberleffo e dell’irrisione, il dovere di preservare entusiasmo e spontaneità, di coltivare il sogno, di sentire l’amore come stato naturale dell’essere.

Ed è lo sguardo dell’innocenza che compone scene e personaggi indelebili: l’incontro tra il padre e l’amico commilitone diciotto anni dopo i fatti di Russia, Giggetto il lattaio, comparsa nel film Ben Hur che durante le riprese della corsa delle quadrighe proferisce una memorabile battuta, l’anziano professor Francisco Javier Torres, che nella Spagna franchista degli anni Sessanta “impartisce con gioia, leggerezza e candore la più bella lezione di vita” all’infante autore. Ma “la scoperta di un cuore bambino” non è riservata al Matusalemme che dialoga col bimbo sepolto in lui: è la rivelazione che ogni lettore attento ed empatico potrà avere di sé, riscoprendo come ascoltare “la voce del cuore” ed apprendendo “il segreto dei segreti”: “crescere senza mai diventare vecchio”.

vedi su globalist

Cinema, fabbrica di miti e diorama fiabesco di un’intera epoca, è probabilmente alla sua fine. Percio’  l’omaggio che gli rivolge Matusalemme Kid. Alla scoperta di un cuore bambino, di Marco Tullio Barboni (Paguro), diventa ancora più struggente. L’autore, uomo di cinema e figlio di E.B. Clucher (regista della saga di Trinità), ripercorre la propria vita attraverso il dialogo fittizio tra Kid, puer eternus, e Matusalemme (le due parti di sé), mescolando giocosamente pop e riferimenti altissimi, Sant’Agostino e Corbucci!

Il dialogo, tenuto con sapienza drammaturgica, racconta “dal basso” il nostro cinema, spesso alimentato da un artigianato creativo, capace di adattarsi a ogni necessità: dal “Ben Hur” di Wyler girato a Cinecittà agli ingegnosi B-movies del genere peplum. Attraverso gli innumerevoli aneddoti affiora qui e là una saggezza popolare, molto capitolina (stoico-epicurea, come una volta osservo’ Pasolini). Dove anche il vernacolo puo’ avere contenuto educativo. Giggetto il lattaio, nel ruolo di comparsa dell’antica Roma, doveva tifare durante una corsa delle bighe. Per fomentarlo gli dicono di immaginare di assistere al derby. Allora sovreccitato grida verso la biga (una Lambretta): “Mettitelo nel culo quel fischietto”! La frase diventa per il piccolo Barboni un talismano contro la paura, quando vede i film horror. Il soggiorno a Madrid è poi un microsaggio antropologico sul carattere degli spagnoli sotto Franco, tra cattolicesimo penitenziale da Controriforma e vitalismo sanguinante. Al centro di una affabulazione sempre divertita e ricca di spunti problematici, si erge il cinema: “il più gran giocattolo del mondo”, uno spettacolo illusionistico che fin dalle origini incanta la folla. Perfino un regista intrattabile come Ferreri, memore delle origini circensi della settima arte, dichiaro’ che il suo sogno era girare un film con Franchi e Ingrassia! Anche il cinema d’autore più audace non dovrebbe tradire il “cuore bambino” dello spettatore, fatto di purezza e meraviglia.

Marco Tullio Barboni

Autore

Marco Tullio Barboni è nato a Roma dove vive e lavora. Terza generazione di una storica famiglia del cinema italiano, non smentisce la tradizione e per più di trent’anni firma decine di soggetti e di sceneggiature, oltre ad alcune regie. Nel 2015 decide di virare sulla scrittura di libri ottenendo lusinghieri riscontri: la sua prima opera, “…e lo chiamerai destino”, consegue numerosi riconoscimenti, anche nella sua trasposizione per il teatro, premiata, tra gli altri, con il Premio Tragos alla XIV edizione del Concorso Europeo per il Teatro e la Drammaturgia, ed il suo secondo libro, “A spasso con il mago. Merlino e io” (2018) ha già ottenuto sei premi tra nazionali e internazionali

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